Il conflitto tra Russia e Ucraina: una prospettiva storica

Molti ancora ignorano l'intera cronologia storica che ha portato a questo conflitto. Questo scontro non nasce con l'invasione russa, ma affonda le sue radici in eventi ben più recenti, non in epoche remote.

Come spesso accade, si sono formate due fazioni: da una parte chi sostiene Zelenskyj, e dall’altra chi appoggia Trump o Putin. Il confronto è sempre un’opportunità di crescita e sono contento di vedere uno scambio di idee. Tuttavia, ho notato che molte persone ignorano l’intera cronologia storica che ha portato a questo conflitto. Questo scontro non nasce con l’invasione russa, ma affonda le sue radici in eventi ben più recenti, non in epoche remote.
Ho cercato di analizzare i fatti più rilevanti per offrirvi un quadro più chiaro e preciso, utile per riflettere su chi ha contribuito a far scatenare tutto ciò. Non potevo scrivere un post di poche righe, perché c’è molto di cui parlare e approfondire; questo articolo è per chi ha voglia di andare oltre la superficie e comprendere appieno la complessità della situazione. Buona lettura.

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Dopo la rivoluzione russa del 1917, l’Ucraina entrò a far parte dell’Unione Sovietica. Durante gli anni di annessione e sottomissione, migliaia di ucraini persero la vita nel tentativo di difendere il proprio territorio dai comunisti russi. Dal 1932 al 1933, per soffocare ogni possibile resistenza, Stalin provocò una carestia artificiale, nota come Holodomor, che causò milioni di morti in Ucraina. Durante questi anni iniziarono a formarsi gruppi nazionalisti, tra cui la più importante fu l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (O.U.N.), guidata da Stepan Bandera, oggi considerato un simbolo del nazionalismo ucraino. Nel 1941, quando le truppe naziste di Adolf Hitler attraversarono l’Ucraina per raggiungere la Russia, molti ucraini le accolsero come liberatrici. Diverse formazioni filo-naziste ucraine divennero collaborazioniste, e tra i massacri più atroci che perpetrarono, spicca quello di Babij Jar (29-30 settembre 1941), in cui 33.771 ebrei di Kiev furono sterminati. Nel 1943, circa 50.000 civili polacchi furono uccisi dall’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA), un’organizzazione paramilitare nazionalista nata nel 1942 in Volinia.

Con la fine della Seconda Guerra Mondiale e la riconquista dell’Ucraina da parte di Stalin, i gruppi nazionalisti ucraini tornarono nell’ombra. Alcuni furono eliminati, mentre altri trovarono protezione negli Stati Uniti, come Stepan Bandera, che visse a Monaco fino alla sua uccisione da parte del KGB, o Mykola Lebed, responsabile dei massacri dei polacchi, che si trasferì negli Stati Uniti, dove visse fino a 89 anni. Gli USA offrirono loro protezione in cambio di attività di spionaggio contro l’Unione Sovietica.

Tra il 1946 e il 1989, due eventi furono particolarmente rilevanti: nel 1954, Nikita Krusciov donò la Crimea all’Ucraina, e nel 1962, la crisi dei missili di Cuba rischiò di innescare la Terza Guerra Mondiale, ma fu evitata quando i russi ritirarono i missili dall’isola. Dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e l’annessione della Germania al blocco occidentale, nel 1991 la Russia espresse la preoccupazione che la NATO non si espandesse ulteriormente a est. Tuttavia, nel 1999 entrarono nella NATO Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca. Nel 2004, seguirono Estonia, Lettonia, Lituania, Slovacchia, Romania e Bulgaria. Restava un obiettivo strategico: l’Ucraina.

Nello stesso anno, in Ucraina si tennero le elezioni presidenziali. Da un lato, il filo-russo Viktor Janukovyč, dall’altro il filo-occidentale Viktor Juščenko, sostenuto dagli Stati Uniti. La moglie di Juščenko, Katerina, aveva lavorato alla Casa Bianca sotto Ronald Reagan e successivamente per il Dipartimento di Stato USA. Il Paese si spaccò: il nord-ovest votò per Juščenko, mentre il sud-est per Janukovyč. Quest’ultimo vinse di poco, ma le proteste esplosero, dando vita alla Rivoluzione Arancione. Dopo un mese, la Corte Suprema annullò le elezioni e si tornò alle urne, con la vittoria di Juščenko. L’analista politico George Friedman dichiarò: “Gli Stati Uniti hanno messo in atto una serie di rivoluzioni colorate in tutta la periferia della Russia. Una di queste è stata in Ucraina, la rivoluzione arancione. I russi hanno visto, in questa rivoluzione, l’intenzione degli americani di distruggere la Federazione Russa”.

Nel 2010 Janukovyč tornò al potere. Il FMI cercò di condizionarlo, ma lui rifiutò l’accordo con l’Europa, scatenando proteste nel dicembre 2013. Le manifestazioni, inizialmente pacifiche, degenerarono in scontri violenti. Dopo tre mesi, Janukovyč fu costretto alla fuga. Petro Porošenko fu eletto presidente, ma molti considerarono il suo insediamento un colpo di Stato orchestrato dagli USA. Dal 2014, gruppi neonazisti ucraini emersero apertamente, dichiarando guerra ai russofoni. In questo contesto nacque il famigerato battaglione Azov.

Quando i russi della Crimea, che costituivano oltre il 98% della popolazione, percepirono il pericolo, organizzarono un referendum per riunificarsi alla Russia. Il 96% votò a favore, ma l’Occidente non riconobbe il risultato.

Il 2 maggio 2014, a Odessa, una manifestazione contro il governo di Kiev degenerò in un massacro: i manifestanti furono costretti a rifugiarsi nella Casa del Sindacato, che venne incendiata dalle milizie neonaziste. Chi tentava di fuggire veniva ucciso sul posto. Circa 50 persone persero la vita.

Anche in Donbass si tenne un referendum per l’indipendenza da Kiev. Il governo ucraino rispose con la forza, dando inizio a una guerra che causò circa 5.000 morti e 9.000 feriti.

Nel 2019 Volodymyr Zelensky fu eletto presidente con la promessa di porre fine al conflitto nel Donbass, ma non attuò alcuna misura concreta. Non rispettò nemmeno gli accordi di Minsk, voluti da Russia, Francia e Germania per porre fine alla guerra. L’8 febbraio 2022, dopo aver incontrato Putin e Zelensky, il presidente francese Macron dichiarò: “Sono riuscito ad ottenere un impegno chiaro ed esplicito da Putin e Zelensky per implementare gli accordi di Minsk”. Tuttavia, il giorno successivo, Zelensky smentì tutto.

Nel frattempo, la Russia si trovava davanti a due problemi: l’espansione della NATO e l’assenza di qualsiasi pressione occidentale per il rispetto degli accordi di Minsk. Il 23 dicembre 2021, Putin affermò: “Abbiamo detto chiaramente che un’ulteriore espansione della NATO verso est è inaccettabile. Noi non stiamo mettendo missili ai confini con gli Stati Uniti, mentre loro li piazzano vicino ai nostri. Chiediamo solo che non installino sistemi d’attacco vicino a casa nostra. Cosa c’è di così strano in questo?”.

Il 31 gennaio 2022, alle Nazioni Unite, l’ambasciatore russo accusò gli USA di fomentare la guerra. L’8 febbraio, Putin avvertì: “Se l’Ucraina entra nella NATO e tenta di riprendersi la Crimea con la forza, i Paesi europei si troveranno automaticamente coinvolti in un conflitto militare con la Russia. Non ci saranno vincitori”. La Russia chiese agli USA di mettere per iscritto che l’Ucraina non sarebbe entrata nella NATO, ma il segretario di Stato Antony Blinken rispose: “La porta della NATO è aperta e rimarrà aperta”.

Il 24 febbraio 2022, Putin decide di invadere l’Ucraina.

Pietro Di Martino

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