Pinocchio si confessa…

L'intersezione tra il codice fiabesco e il codice religioso genera un corto circuito semantico che svela tensioni profonde nel sistema culturale occidentale.

SEGNI NEL CAOS
Decifrare immagini, svelare significati

Pinocchio si confessa

L’immagine proposta, nella sua apparente semplicità, racchiude un insieme di codici semiotici complessi che rimandano a una riflessione profonda sulla relazione tra verità, menzogna e struttura simbolica della confessione religiosa. L’intersezione tra il codice fiabesco e il codice religioso genera un corto circuito semantico che svela tensioni profonde nel sistema culturale occidentale.

Pinocchio, figura archetipica della menzogna e della metamorfosi morale, è qui collocato in un contesto che presuppone una funzione purificatrice del linguaggio: la confessione è un rituale linguistico, un meccanismo discorsivo in cui la parola ha la capacità di rimuovere la colpa e ristabilire l’ordine etico. Tuttavia, l’immagine sovverte questo paradigma: la parola di Pinocchio non assolve, non purifica, non ripristina l’equilibrio. Al contrario, produce una trasformazione materiale nello spazio, un effetto fisico e distruttivo. La menzogna non rimane confinata nella sfera del linguaggio, ma si concretizza nella morte del confessore, un evento che destabilizza l’intero sistema di significazione del sacramento della confessione. Ci troviamo dinanzi a un’esplosione del segno che rompe la sua convenzionalità e si impone come evento reale.

Dal punto di vista semiotico, questa vignetta utilizza il meccanismo dell’ironia per evidenziare la fragilità dei sistemi di autorità e controllo del discorso. La confessione cattolica si basa sull’idea che la verità possa essere verbalizzata e che questa verbalizzazione abbia effetti sul piano morale e spirituale. La bugia di Pinocchio, tuttavia, infrange questa premessa: invece di restare all’interno della dimensione simbolica, invade lo spazio della realtà materiale. Il naso di Pinocchio è un segno che non può essere contenuto dalla struttura del linguaggio: si espande, trasgredisce il confine del confessionale, colpisce il corpo del sacerdote. Il sistema di regolazione simbolica crolla dinanzi alla sua stessa impossibilità di gestire le proprie contraddizioni interne.

In questa rappresentazione emerge anche una riflessione sulla funzione della menzogna all’interno della cultura. Pinocchio è il personaggio che incarna l’ambivalenza della menzogna: essa è, al tempo stesso, condannata e necessaria. La fiaba originale di Collodi costruisce un percorso pedagogico in cui la menzogna è l’ostacolo che il protagonista deve superare per accedere all’umanità. In questa immagine, però, il processo si interrompe. La menzogna non è un errore da correggere, ma un agente di distruzione. L’atto di confessare non conduce alla redenzione, bensì alla morte del confessore stesso. La semiotica della fiaba viene smontata e ricostruita in chiave grottesca e tragica: se Pinocchio mente, non si limita a essere scoperto, bensì uccide.

Il gioco semiotico della vignetta lavora sul contrasto tra due sistemi di significato in conflitto: il codice religioso e il codice fiabesco. Il primo si basa sulla trasparenza del linguaggio e sulla sua capacità di mediare tra l’umano e il divino, mentre il secondo, nella sua decostruzione parodica, mostra come il linguaggio possa avere effetti imprevedibili e sovvertire le strutture di potere. Il confessionale stesso assume un ruolo ambivalente: è sia lo spazio della purificazione che quello della morte, un luogo in cui il discorso, anziché ripristinare l’ordine, lo distrugge.

La presenza del sangue aggiunge un ulteriore livello di significazione. In un contesto religioso, il sangue è un elemento simbolico carico di significato: è il sangue del martirio, il sangue del sacrificio, il sangue della redenzione. Ma qui il sangue non ha alcuna funzione salvifica, non è l’elemento che media tra il peccato e la grazia: è il segno di un errore, di un eccesso linguistico che sfugge al controllo del rito. L’idea che il sacerdote, colui che detiene il potere di assolvere, sia vittima della parola del penitente è una rottura radicale dell’ordine simbolico. Non è più il confessore a purificare il peccatore, ma il peccatore a distruggere il confessore. Il potere dell’istituzione religiosa viene messo in discussione attraverso un’inversione parodica delle sue stesse dinamiche discorsive.

Se leggiamo questa immagine come una riflessione più ampia sulla cultura contemporanea, possiamo intravedere una critica al ruolo della verità e della menzogna nelle strutture di potere. La confessione, nella sua forma più pura, è un meccanismo di controllo basato sulla trasparenza e sulla regolazione del linguaggio. Tuttavia, questa immagine suggerisce che la trasparenza è una finzione e che il linguaggio non può essere contenuto entro i limiti imposti dall’istituzione. La menzogna di Pinocchio non è solo un fallimento morale, ma un atto che ha conseguenze irreversibili. Questo richiama il problema della verità nei sistemi di potere contemporanei: il controllo della parola è un elemento fondamentale nella gestione dell’autorità, ma cosa accade quando il linguaggio si ribella alle strutture che dovrebbero contenerlo?

Alla luce di queste considerazioni, possiamo vedere questa vignetta come una riflessione meta-semiotica sulla natura stessa del linguaggio e della sua capacità di produrre realtà. Pinocchio, personaggio della finzione per eccellenza, dimostra qui che la parola non è mai innocua e che il confine tra linguaggio e azione è molto più labile di quanto le istituzioni vorrebbero far credere. Il confessionale diventa così il luogo in cui si consuma il dramma di questa contraddizione: uno spazio in cui la parola dovrebbe redimere, ma che si trasforma nel teatro di una violenza inevitabile.

* * *

Il segreto fondamentale e l’astuzia primordiale dei preti, su tutta la terra e in tutti i tempi, consistono in quanto segue. Essi hanno riconosciuto giustamente e afferrato bene la grande forza del bisogno metafisico dell’essere umano: ora pretendono di possedere i mezzi per soddisfare questo bisogno asserendo che la parola del grande enigma sarebbe giunta a loro per una via straordinaria, in modo diretto. Una volta che ne abbiano convinto gli uomini, essi riescono a guidarli e a dominarli secondo il loro piacimento. I più intelligenti dei regnanti entrano perciò in alleanza con loro, gli altri ne vengono a loro volta dominati.
—A. Schopenhauer, O si pensa o si crede

Schopenhauer, con la lucidità tagliente che lo caratterizza, individua nel bisogno metafisico dell’essere umano la leva fondamentale su cui il potere religioso ha costruito il proprio dominio nel corso della storia. Il meccanismo è semplice e brutale: l’uomo, gettato nell’esistenza senza una risposta definitiva al perché del suo dolore, della sua morte e del suo destino, è naturalmente portato a cercare un significato oltre la realtà immediata. Il sacerdote si inserisce in questa frattura esistenziale, non come mediatore neutrale, ma come monopolista della risposta. L’astuzia primordiale del clero consiste nell’essersi proclamato detentore di un sapere che trascende l’esperienza umana e che può essere ottenuto solo attraverso la loro intermediazione.

La confessione, rappresentata nella vignetta con Pinocchio, è uno degli strumenti attraverso cui questo potere si esercita. È un dispositivo che non si limita a una funzione spirituale, ma che opera come un meccanismo di controllo sociale e psicologico. Chi si confessa si sottopone non solo al giudizio divino, ma al giudizio umano di un’autorità che può decidere cosa è peccato e cosa non lo è, chi è degno di redenzione e chi deve essere condannato. È un atto linguistico performativo: dire il peccato significa riconoscerne l’esistenza e accettare la struttura morale imposta dall’istituzione religiosa. In questo senso, la confessione non è mai solo un dialogo intimo con Dio, ma un atto di sottomissione all’ordine stabilito.

La vignetta sovverte questo equilibrio in modo beffardo e grottesco. Pinocchio, simbolo della menzogna e dell’inganno, si inginocchia per confessare i suoi peccati, ma la struttura stessa del suo corpo rende impossibile una bugia senza conseguenze: il naso si allunga e, in questo caso, trapassa e uccide il sacerdote. La confessione, anziché un atto di purificazione, diventa un atto di distruzione. La bugia che Pinocchio avrebbe voluto pronunciare per salvarsi – o per compiacere il sistema di potere che lo obbliga a confessare – non resta confinata nel linguaggio, ma produce effetti concreti e irreversibili.

Questa immagine si presta a una lettura schopenhaueriana del rapporto tra fede e potere. La Chiesa, nel suo ruolo di guida metafisica, impone un sistema in cui l’individuo è costretto a riconoscere il proprio peccato per poter essere reintegrato nell’ordine morale. Ma cosa accade quando l’individuo è un bugiardo costitutivo, quando il sistema stesso lo obbliga a mentire per essere accettato? L’effetto paradossale è che il meccanismo si ritorce contro il suo stesso creatore: il prete, simbolo dell’autorità spirituale, viene distrutto dalla menzogna che egli stesso ha contribuito a istituzionalizzare.

Schopenhauer evidenzia come il potere sacerdotale non si limiti alla religione, ma diventi uno strumento nelle mani del potere politico. I regnanti più astuti non si oppongono ai sacerdoti, bensì li utilizzano come alleati, consapevoli che il controllo dell’anima è il miglior modo per controllare il corpo. Gli altri, meno accorti, finiscono a loro volta dominati. La confessione, in questo quadro, diventa un atto che non riguarda solo la salvezza ultraterrena, ma la gestione del potere terreno.

La vignetta, con la sua ironia feroce, svela il punto critico di questo sistema: quando la menzogna diventa necessaria per sopravvivere, quando la verità è impossibile da sostenere senza conseguenze, allora l’intero apparato crolla. La morte del sacerdote non è solo la fine di un individuo, ma il collasso di una struttura che ha preteso di detenere il monopolio della verità. La confessione non è più un atto di sottomissione, ma un atto di violenza involontaria, un’esplosione dell’assurdo che distrugge il suo stesso fondamento.

Schopenhauer avrebbe visto in questa immagine la conferma della sua visione disincantata del mondo. Il bisogno metafisico dell’uomo è reale e potente, ma le risposte offerte dalle istituzioni religiose sono costruzioni interessate, strumenti di dominio più che di liberazione. La verità non è mai nelle mani di chi la proclama, e la menzogna, come dimostra Pinocchio, può sfuggire al controllo e avere conseguenze inaspettate.

Torna in alto