In tempi di crescente polarizzazione, è sempre più comune assistere a discorsi pubblici che denunciano, con toni accesi, le derive autoritarie dell’altro campo politico. La destra, soprattutto quella radicale, viene giustamente accusata di manipolare il concetto di libertà, svuotandolo di contenuto e piegandolo alla logica identitaria, esclusiva, spesso repressiva. Ed è vero: abbiamo visto, in molte parti del mondo, forze reazionarie rivendicare la libertà d’espressione solo per sé, mentre zittiscono il dissenso e colpiscono con durezza le voci critiche.
Tuttavia, sarebbe un errore grave — e culturalmente miope — credere che questa dinamica sia unidirezionale. Il potere, come insegna la storia, non ha un volto unico. Cambia forma, cambia tono, adatta il proprio linguaggio al contesto, ma resta potere: tende sempre a difendere sé stesso, a proteggere le proprie strutture, a controllare ciò che sfugge. Ed è proprio qui che nasce la vera contraddizione del nostro tempo: la libertà è celebrata in astratto, ma negata nella pratica — da tutte le parti.
Le società che si definiscono democratiche, aperte, progressiste, si sono dotate di un linguaggio raffinato, civile, apparentemente pluralista. Parlano di inclusione, dialogo, responsabilità. Ma troppo spesso queste parole servono a delimitare il campo del dicibile. Chi esprime dubbi sulle scelte strategiche in tempo di guerra, chi contesta la gestione autoritaria di un’emergenza sanitaria, chi denuncia il conformismo dei media o l’allineamento della cultura accademica, viene immediatamente etichettato: irresponsabile, reazionario, pericoloso. E quindi escluso.
Questa esclusione non ha sempre la forma della censura esplicita. È spesso più sottile: si manifesta attraverso l’isolamento, la diffamazione, la delegittimazione morale. Si crea una gerarchia del dissenso: solo chi è “critico nel modo giusto” merita di essere ascoltato. Tutto il resto viene trattato come eresia.
La verità è che il problema non sta solo in ciò che diciamo contro l’autoritarismo, ma in ciò che non osiamo vedere quando il potere parla la nostra stessa lingua. Quando la repressione assume i toni gentili della pedagogia, o le forme burocratiche del consenso forzato, è ancora repressione. Non ci sono eccezioni “virtuose”. Non esiste un potere che sia naturalmente immune alla deriva autoritaria solo perché si presenta con buone intenzioni.
Difendere la libertà oggi significa anzitutto riconoscere la sua fragilità. Significa accettare che la libertà vera è disordinata, conflittuale, scomoda. Significa tollerare la presenza del pensiero che non ci somiglia. Significa difendere il diritto all’errore, persino alla provocazione, senza pretendere di essere noi a stabilire il confine tra ciò che è accettabile e ciò che non lo è.
Il compito intellettuale e civile che abbiamo davanti non è denunciare l’autoritarismo quando ci è estraneo, ma imparare a riconoscerlo quando si annida nelle nostre parole, nelle nostre istituzioni, nelle nostre abitudini democratiche.
Non c’è battaglia per la libertà che possa vincere se si combatte solo contro un nemico esterno.
La libertà, per vivere, ha bisogno di una critica radicale e autocritica del potere. Di ogni potere. Anche quello che ci sembra amico. Anche — e forse soprattutto — il nostro.