Se la democrazia è il governo del popolo, per il popolo e con il popolo, è forse il popolo stesso il suo peggior nemico? Questa domanda—impertinente quanto necessaria—si insinua ogni volta che la volontà popolare porta al potere figure che sembrano incarnare il quisque de populo nella sua forma più elementare: il cittadino qualunque elevato a leader senza mediazioni, senza filtri, senza il fastidioso intralcio di una selezione delle élite. Tocqueville temeva proprio questo: una democrazia talmente radicalizzata nella sua meccanica da eliminare ogni processo selettivo che garantisse il primato della competenza sulla pura rappresentanza numerica. È una questione che si ripropone ciclicamente nella storia, con esiti spesso drammatici. Se nel 1939 Frank Capra immaginava il trionfo dell’innocenza e del candore morale con il suo Mr. Smith va a Washington, ottimistica narrazione della democrazia americana come fabbrica di giustizia spontanea, il rovesciamento distopico di quel sogno si manifesta con la scalata al potere di figure che nulla hanno di idealistico, ma incarnano piuttosto l’irrazionalità del malcontento diffuso, l’oscillazione caotica di un popolo che si sente tradito dalle élite e risponde con una ribellione che si alimenta di diffidenza, risentimento e uno strano senso di rivalsa.
Trump è il perfetto esempio di questa regressione della democrazia a un’arena gladiatoria. La sua ascesa non è stata l’effetto di un inganno, di un colpo di mano o di una cospirazione, ma il risultato diretto della volontà popolare: il prodotto della democrazia stessa nel suo funzionamento più brutale e meccanico. La domanda allora si fa più inquietante: può la democrazia sopravvivere alla propria degenerazione? Il problema non è nuovo. Tocqueville aveva intuito che la democrazia porta con sé il rischio di una crescente mediocrità culturale e politica, poiché, riducendo le differenze sociali e distribuendo il potere in modo orizzontale, tende ad appiattire il dibattito e a favorire leader che non si distinguono per capacità, ma per capacità di rappresentare le emozioni elementari della massa. Se l’unico criterio di legittimità diventa la rispondenza immediata alle pulsioni popolari, la selezione naturale delle élite politiche viene sostituita da una selezione al ribasso: chi urla più forte, chi semplifica di più, chi appare più “autentico” nel rispecchiare le frustrazioni collettive, vince.
Non è un caso che, mentre in Europa si affacciavano i princìpi del dispotismo illuminato, negli Stati Uniti il modello democratico si sviluppava su un asse differente: non l’autorità del monarca che guida il popolo verso il progresso, ma la fiducia assoluta nella capacità di autogoverno dei cittadini. Tocqueville, nel suo La democrazia in America, si domandava se questa fiducia non fosse mal riposta. La tirannia della maggioranza, l’individualismo e l’apatia politica, il rafforzamento del potere centrale e la mediocrità culturale erano per lui i rischi più grandi. In un sistema democratico maturo, le istituzioni dovrebbero fungere da argine, impedendo che la democrazia si trasformi in una dittatura della massa. Quando però gli stessi meccanismi istituzionali si piegano al populismo, quando la funzione selettiva delle élite viene annullata dalla ricerca di un consenso immediato e senza mediazioni, la democrazia diventa paradossalmente il proprio peggior nemico.
La società americana ha conosciuto un declino del civicness, dello spirito associativo e della coesione sociale che storicamente garantivano la solidità del sistema democratico. Da Edward C. Banfield a Robert Putnam, gli studiosi hanno rilevato come il collasso dei legami comunitari abbia aperto la strada a una politica sempre più individualista, atomizzata, incapace di generare una classe dirigente coesa e responsabile. Se il cittadino non partecipa più alla vita pubblica se non come spettatore o tifoso, la politica diventa un campo di battaglia in cui si scontrano frustrazioni private trasformate in slogan collettivi. In questo contesto, il trumpismo non è un fenomeno politico nel senso tradizionale, ma un sintomo del disfacimento delle strutture che una volta garantivano il funzionamento della democrazia.
Questa liquefazione del sistema ha prodotto un fenomeno ancora più inquietante: il collasso delle barriere tradizionali tra destra e sinistra. Se in passato la contrapposizione politica si fondava su ideologie strutturate, oggi il populismo pesca ovunque, attratto più dalla rabbia e dall’irrazionalità che dalla coerenza dottrinale. Il trumpismo attrae sia il miliardario antisistema sia l’operaio disoccupato, il nazionalista bianco e il nostalgico di una sinistra che non esiste più. È il corto circuito di cui parlava Striano nel Resto di niente: il sanfedismo postmoderno, in cui i patrizi e i lazzari si alleano contro un nemico comune, sia esso lo Stato, le élite intellettuali o l’ordine costituito. Laddove un tempo si riconosceva una logica nella politica, oggi assistiamo a una guerra tribale tra fazioni che si definiscono non tanto per ciò che propongono, ma per ciò che rifiutano.
Non è forse questa la vera crisi della democrazia? Quando il dibattito politico si riduce a un conflitto tra identità contrapposte, la politica smette di essere uno strumento per governare la società e diventa un’arena per la pura espressione delle emozioni. Il populismo, da questo punto di vista, è una forma di estetizzazione della politica: non importa il contenuto, ma l’impatto scenico. Trump e Musk sono i prodotti perfetti di questa mutazione: uno che governa come se fosse in un reality show, l’altro che plasma il mondo come fosse un gioco tecnologico senza conseguenze. Entrambi incarnano il paradosso di una società in cui il potere è sempre più concentrato nelle mani di pochi, ma la politica viene presentata come una ribellione contro le élite.
Tutto questo ha conseguenze che vanno oltre la politica interna. La democrazia, come sistema, si basa su un presupposto fondamentale: cento teste pensano meglio di dieci, purché pensino davvero. Se il livello di istruzione e consapevolezza civica crolla, il principio stesso della maggioranza perde di senso. È qui che si apre il campo alle nostalgie per il dispotismo illuminato, l’idea—ormai utopica—che un’élite colta e razionale possa governare per il bene comune senza farsi corrompere dal consenso. Ma il problema del dispotismo illuminato è che resta un ossimoro: l’illuminazione presuppone una distanza critica che il dispotismo, per sua natura, non può tollerare.
Baudelaire aveva già capito tutto: la politica è un ospedale dove i pazienti cercano solo di cambiare letto. L’illusione di poter risolvere la crisi democratica con un semplice rimpasto, con un leader nuovo, con una nuova narrazione è solo un modo per spostare il problema senza affrontarlo. Forse, il vero dramma è che la democrazia non è mai stata progettata per funzionare perfettamente. È, nella sua essenza, un meccanismo difettoso, ma l’unico che ci permette di evitare il peggio. Tocqueville lo aveva intuito: il problema non è la democrazia in sé, ma la sua capacità di selezionare una classe dirigente all’altezza della complessità del mondo moderno. Se questo meccanismo si rompe, se al posto delle élite preparate salgono al potere uomini della strada con idee cinobalaniche, il rischio non è solo il fallimento di un sistema politico, ma la trasformazione della politica in un’eterna carnevalata, in cui il potere diventa il premio di chi riesce a far ridere o indignare di più.
Forse, la vera domanda da porsi è questa: la democrazia ha ancora gli anticorpi per sopravvivere alla sua stessa degenerazione? O ci stiamo avvicinando a un punto di non ritorno, in cui il caos diventa la regola, la rabbia il linguaggio comune e la competenza un relitto del passato? Se il futuro della politica è il puro intrattenimento, allora il problema non è più chi vince le elezioni, ma se esista ancora un significato dietro l’illusione della scelta.
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Bibliografia e filmografia
Baudelaire, Charles. Journaux intimes. 1887. (Edizione consultata: Scritti intimi, Milano: SE, 1993).
Banfield, Edward C. The Moral Basis of a Backward Society. New York: The Free Press, 1958.
Capra, Frank. Mr. Smith Goes to Washington (film). Columbia Pictures, 1939.
Nichols, Tom. Our Own Worst Enemy: The Assault from Within on Modern Democracy. New York: Oxford University Press, 2021. (Edizione italiana: Il nemico dentro. L’assalto alla democrazia moderna, Torino: Einaudi, 2022).
Nichols, Tom. The Death of Expertise: The Campaign Against Established Knowledge and Why it Matters. Oxford: Oxford University Press, 2017.
Pasolini, Pier Paolo. Scritti corsari. Milano: Garzanti, 1975.
Putnam, Robert. Bowling Alone: The Collapse and Revival of American Community. New York: Simon & Schuster, 2000.
Striano, Enzo. Il resto di niente. Milano: Mondadori, 1986.
Tocqueville, Alexis de. De la démocratie en Amérique. 1835-1840. (Edizione consultata: La democrazia in America, Milano: BUR, 2006).
Turchin, Peter. The Monkey Wrench: Elite Overproduction, Political Polarization, and Social Instability. New York: Penguin Press, 2023.
Turchin, Peter. The Psychology of Revolutions and the Evolution of Elites. Princeton: Princeton University Press, 2021.
Venturi, Franco. Settecento riformatore. Torino: Einaudi, 1969.
Wallace, David Foster. Infinite Jest. Boston: Little, Brown, 1996. (Edizione italiana: Infinite Jest, Torino: Einaudi, 2006).