Era una notte buia e tempestosa, e così comincia un racconto che gioca con il confine labile tra Caso e Necessità, intrecciando una serie di vite e destini che sembrano mossi da una mano invisibile o da un caos ben organizzato. La marchesa Maria Antonietta di Sangro, nel bel mezzo di una cena per celebrare i suoi sessantacinque anni, accoglie un misterioso ingegnere zoppo, la cui macchina in panne davanti alla villa diventa il pretesto per un’esplorazione filosofica che mescola oroscopi, statistica e teologia.
La narrazione si snoda come una danza sottile tra scelte casuali e inevitabili leggi del destino. È la marchesa a tenere le fila del racconto, mentre gli ospiti, dal vescovo alla nipote Stefania, si scontrano su concetti che vanno oltre il semplice evento fortuito: ogni decisione umana diventa l’ingranaggio di un meccanismo più grande, un’eco che risuona nelle vite degli altri. L’ingegnere, con la sua riflessione sul libro Il Caso e la Necessità di Monod, alimenta il dibattito con immagini potenti: il coltello progettato da una mente creativa e il sasso, figlio del Caso, che si forma senza scopo apparente.
E poi c’è il sogno, o forse qualcosa di più. La marchesa, guidata dall’uomo in nero, esplora le infinite possibilità della sua vita attraverso un telecomando magico che rivela come ogni scelta, anche la più insignificante, modelli il futuro. È un viaggio che si muove avanti e indietro nel tempo, mostrando come il rifiuto di un pretendente o l’accettazione di una passeggiata possano cambiare il corso degli eventi, non solo per lei ma per tutti coloro che la circondano.
Il racconto, con il suo umorismo sottile e la profondità delle questioni trattate, lascia il lettore sospeso tra la curiosità e il dubbio, senza offrire risposte definitive. Il Caso e la Necessità restano due forze in lotta, a tratti indistinguibili, che giocano con le vite umane come pedine su una scacchiera che si estende all’infinito. E quando un tuono scuote il finale, svegliando la marchesa dal suo strano sogno, ci si domanda se davvero si trattasse di un sogno o se, forse, l’ingegnere zoppo non fosse altro che un emissario del Destino.
* * *
Era una notte buia e tempestosa. Un’auto alquanto malandata, forse un relitto anni, sessanta, arrancò ansimando sulla salita che dal raccordo anulare porta ai Castelli Romani. A voler essere più precisi, la macchina non procedeva con moto uniforme e rettilineo, ma a balzelloni, come se pompasse la benzina solo a tratti. A un certo punto poi si bloccò del tutto e, dopo un paio di singhiozzi, si spense. Ne scese un signore vestito di nero, che alzò il cofano anteriore e scosse la testa, come a dire: «Di motori non capisco nulla; altro non posso fare che chiedere aiuto». Ma a chi, se non c’era nessuno a cui rivolgersi? Continuando a guardarsi intorno, il signore intravvide a non più di venti metri un cancello spalancato. Nel frattempo, quasi che il destino volesse infierire, cominciò a piovere. L’uomo, allora, di scatto, si mise a correre verso il cancello nella speranza di trovare qualcuno che lo potesse aiutare. Zoppicava.
La marchesa Maria Antonietta di Sangro dava una cena per i suoi sessantacinque anni. I primi ad arrivare furono la signora Venusio, nota astrologa televisiva, e monsignor Gardini, vescovo di Latina e amico di famiglia. Gli ospiti si erano appena accomodati in salotto, quando Giuseppe, il maggiordomo, venne a informare la padrona di casa che all’ingresso c’era un signore zoppo che chiedeva la cortesia di telefonare a Roma; era rimasto con la macchina in panne e avrebbe voluto chiamare un meccanico o un carro attrezzi. La nobildonna, col permesso degli ospiti, si diresse verso l’atrio, mentre fra il marchese, il vescovo e l’astrologa era appena iniziata la conversazione.
«E così lei ha una rubrica di astrologia in televisione?» chiese Sua Eminenza alla signora Venusio.
«Sì, su un’emittente locale, e lei non può nemmeno immaginare quanto sia faticoso, ogni giorno, preparare dodici oroscopi diversi».
«Mi perdoni signora», obiettò, ridacchiando, il prelato «ma io non credo affatto all’influenza degli astri, e quindi nemmeno alla sua enorme fatica. Insomma, detto senza offesa, non riesco a immaginare quale sforzo ci voglia a inventarsi una dozzina di schede contenenti previsioni e ammonimenti del tipo: soldi in arrivo… attenzione ai consigli degli amici… preparatevi a un viaggio e altre storielle del genere».
«Come si vede, Eminenza, che lei di oroscopi non se ne intende!» replicò, un tantinello impermalita, la signora Venusio. «Oggi l’astrologia è una scienza esatta: ha regole precise da rispettare. I pianeti, ad esempio, hanno ciascuno un proprio carattere, universalmente accettato, e di conseguenza un diverso influsso sugli eventi futuri. L’astrologa non può certo inventarsi gli oroscopi come più le fa comodo, a meno che non voglia correre il rischio di essere sbugiardata dal primo venuto».
«Ma chi vuole che se ne accorga?».
«Che scherza? Ma lo sa che gli spettatori, a forza di leggere le rubriche specializzate, sono diventati ormai più esperti degli stessi esperti?».
«Senta, signora» tagliò corto il vescovo «mi perdoni la sincerità, ma se questi spettatori pregassero un po’ di più e leggessero un po’ di meno gli oroscopi, forse il loro futuro cambierebbe in meglio».
«Mi rendo conto che lei è un uomo di Chiesa e che quindi non può dichiararsi favorevole all’astrologia, ma se ci riflette un pochino si renderà conto che noi due, in pratica, facciamo lo stesso mestiere: quello di venire in aiuto a un prossimo che ha bisogno di credere».
«Niente affatto» protestò il vescovo, a sua volta impermalito: «lei mi sta confondendo la Fede con la credulità, che è tutt’altra cosa!»
«Ma se tutti e due facciamo riferimento al Mistero!»
«Solo che il nostro è iniziato duemila anni fa…»
«E il nostro quattromila anni prima del suo, con i babilonesi!»
Stessa notte buia e tempestosa. Stefania, nipote della marchesa, stava litigando di brutto con il fidanzato, Giorgio Carli, 22 anni, studente di matematica all’Università La Sapienza. Casus belli, un bacio dato dalla ragazza a un suo compagno di studi.
«Macché bacio, era un saluto!» puntualizzò Stefania.
«Sulla bocca?» chiese Giorgio.
«Uffa, ma quante volte te lo debbo ripetere che ci siamo salutati sempre così, fin da quando stavamo al liceo. Possibile che devi vederci per forza qualcosa di sozzo? Ma lo so io il perché: perché sei tu il sozzo… sozzo nell’animo!»
«Adesso il sozzo sono io» commentò Giorgio, cercando di fare l’ironico. «E allora perdona la mia ignoranza: baciati pure con tutti gli universitari che vuoi e io farò finta di niente».
«Ma lo vuoi capire sì o no che Fabio, come uomo, io non lo vedo nemmeno? Fabio è un ragazzino, ha solo diciotto anni, è come se fosse mio fratello…»
«E tu un fratello lo baceresti sulla bocca?».
«Giorgio, fammi il piacere: adesso andiamo giù e non roviniamo la festa alla nonna. Monsignore è già arrivato, e magari si sono messi pure a tavola».
«Mi spiace solo che non hai invitato la tua amica Eleonora, altrimenti l’avrei “salutata” come dico io, anzi, come dici tu».
«Sozzo!»
La marchesa Maria Antonietta andò incontro al signore vestito di nero. Lo trovò seduto su una delle tetre e scomodissime sedie che arredavano l’atrio.
«Permette?» esordì il signore, alzandosi di scatto per il baciamano alla nobildonna. «Mi chiamo Luigi De Conciliis, sono un ingegnere. Ero diretto a Nemi, ma mi si è bloccata la macchina, proprio davanti alla villa. Mi spiace d’averla importunata. Le sarei molto grato, però, se mi consentisse di fare una telefonata a Roma per chiamare un taxi e, possibilmente, anche un carro attrezzi».
«Ma certo, non ci sono problemi» rispose la marchesa con un largo sorriso; quindi, rivolgendosi al maggiordomo: «Giuseppe, accompagna l’ingegnere nello studio, e portagli le Pagine Gialle».
«O grazie signora, non so proprio come ringraziarla!»
«Ma si figuri, faccia pure con comodo. Piuttosto, mi dica: lei è parente dei De Conciliis di Napoli?».
«Mario De Conciliis è mio fratello».
«Quale combinazione! Ma lei lo sa che io e Mario fondammo tanti, ma tanti anni fa, un’associazione culturale che si proponeva la diffusione della lettura nelle carceri minorili?».
«Non mi dica! Allora lei è la marchesa di Sangro?».
«Sissignore, sono proprio io».
Purtroppo per l’ingegnere, però, sia il telefono che le Pagine Gialle si rivelarono ben presto inutili: nessuno dei numeri chiamati dette cenni di vita.
«Senta ingegnere», disse a un certo punto la marchesa, non senza un certo imbarazzo. «A quest’ora io credo che lei difficilmente riuscirà a trovare l’aiuto di cui ha bisogno. Oltretutto oggi è domenica. Ora, la nostra villa ha sempre qualche camera libera per gli ospiti: se lei non ha un’estrema urgenza di raggiungere Nemi, potrebbe restare qui a dormire, questa notte, e poi, se Dio vuole, risolvere tutti i suoi problemi con comodo domani mattina».
«Marchesa, sono confuso, non so proprio come ringraziarla».
«Tra l’altro ho anche degli amici a cena: se si volesse unire a noi…»
Fu aggiunto un posto a tavola. In tutto erano sette: la marchesa e il marchese di Sangro, la loro nipotina Stefania con il fidanzato Giorgio Carli, monsignor Gardini, l’astrologa signora Venusio e l’ultimo venuto, l’ingegnere De Conciliis.
La conversazione cadde sul libro di Monod, Il Caso e la Necessità.
«Per i Greci la Necessità, ovvero Ananke, era la Dea più potente di tutto l’Universo» disse l’ingegnere. «Lo stesso padre degli Dei, Zeus, era costretto a sottostare ai suoi voleri. Se Ananke, tanto per fare un esempio, aveva deciso che Edipo era destinato a uccidere il padre e accoppiarsi con la madre, non c’erano Dei o mortali che potessero modificare il corso degli eventi».
«Come vede, monsignore, anche gli antichi Greci, maestri di saggezza, erano del mio parere!» esclamò l’astrologa, felice che qualcuno appoggiasse le sue tesi.
«D’accordo», disse l’ingegnere «ma resta sempre il dubbio, ogni volta che vediamo avverarsi una profezia, se lo si deve alla forza del Destino o a una coincidenza. È più interessante chiedersi, invece, se tutto il Cosmo sia frutto del Caso o di un Progetto Divino».
«Spero che non lo chiediate a me. Non potrei fare altro che ripetervi la solita solfa della Creazione!» ridacchiò Sua Eminenza.
«Comunque questa, se non sbaglio, è la domanda che Monod si pone nel suo libro Il Caso e la Necessita?» chiese la marchesa.
«In pratica sì», rispose l’ingegnere «anche se lui comincia col chiedersi che differenza passi tra un oggetto naturale e uno artificiale».
«E quale sarebbe questa differenza?».
«A rigore di logica l’oggetto naturale dovrebbe essere figlio del Caso, mentre quello artificiale presupporrebbe un progetto, ovvero uno scopo per il quale è stato costruito, e quindi un’intelligenza creativa. Prendiamo ad esempio questo coltello, è fin troppo evidente la ragione per la quale possiede una lama; prendiamo, al contrario, un sasso e chiediamoci il perché della sua esistenza».
«Beh, anche la forma di un sasso ha la sua ragione d’essere», obiettò il fidanzato di Stefania: «a forza di essere investito dalle onde, per esempio, ha finito col levigarsi e con l’assumere un aspetto lenticolare».
«Sì, però, in questo caso è privo di progetto» replicò l’ingegnere. «Viceversa il coltello trova la sua ragione d’essere proprio in quello che sarà chiamato a fare “dopo” essere stato costruito».
«E che differenza fa?».
«Che il coltello è artificiale e presuppone una mente creativa, o se preferite l’esistenza della Necessità, laddove il sasso è naturale e potrebbe essere solo figlio del Caso».
«Mi permetta una domanda, ingegnere», chiese a questo punto il vescovo. «Perché lei quando parla del coltello è così sicuro dell’esistenza di un artefice, e invece, quando parla del sasso, usa il condizionale? Lei dice “potrebbe” essere figlio del Caso, non dice “è” figlio del Caso».
«Perché non ne sono affatto sicuro. Detto in altre parole, non so se a monte di tutta la baracca ci sia o non ci sia un unico Artefice».
«Ed è qui che l’aspettavo» argomentò Sua Eminenza. «Prima, mentre lei parlava, mi chiedevo: “Ma come fa a non rendersi conto che tutto il creato presuppone un Creatore? Se c’è un orologio, ci deve essere anche un Orologiaio”. La perfezione che è nelle cose, anche nelle più minuscole, parla fin troppo chiaro: pensi ad esempio ai virus che, per difendersi dagli anticorpi, sono soggetti a continue mutazioni e, viceversa, agli anticorpi che per fronteggiare i virus si evolvono di continuo. La natura è un miracolo costante che ha un unico difetto, quello di dare uno spettacolo gratuito, ma così gratuito che ormai non ci facciamo più caso».
«Monod questo problema l’affronta», intervenne l’ingegnere zoppo «e immagina che un’astronave di marziani sbarchi in Francia, precisamente nella foresta di Fontainebleau, vicino al villaggio di Barbizon. Gli extraterrestri scendono a terra, si guardano intorno e cercano di capire se quel pianeta curioso dove sono appena approdati è o no abitato da esseri intelligenti. Non vedendo, per il momento, nessun uomo in giro, provano a classificare gli oggetti che incontrano sul cammino. Il loro ragionamento è più o meno questo: tutto ciò che è artificiale ha due caratteristiche predominanti, la simmetria e la ripetitività. Proviamo, per esempio, anche noi a classificare gli oggetti che vediamo in questa stanza. Ebbene, le sedie, i bicchieri, i coltelli, già tante volte citati questa sera, sono chiaramente simmetrici e ripetitivi, nel senso che sono tutti uguali fra loro; quella pianta, invece, non ha alcun piano di simmetria degno di questo nome e dovremo pertanto classificarla come naturale. In base a un criterio del genere, allora, i marziani classificheranno artificiali le panchine, i cancelli e le pietre miliari, e naturali le montagne, i fiumi e tutto ciò che ha un aspetto puramente casuale. Supponiamo però, dice Monod, che gli extraterrestri avessero con sé anche dei microscopi; ebbene, giudicherebbero naturali i sassi, perché ognuno diverso dall’altro, e artificiali i cristalli di quarzo, perché tutti uguali e tutti dotati di simmetrie perfette».
«È quello che io dicevo poco fa: Dio c’è, solo che alcuni, per vederlo, hanno bisogno del microscopio e ad altri basta la Fede!» esclamò trionfante il vescovo.
«Sentite anche me», disse Stefania «e scusatemi se tutto a un tratto abbasso il livello culturale. Voglio farvi una domanda facile facile: se l’auto dell’ingegnere invece di rompersi qui, giusto davanti al nostro cancello, si fosse rotta un chilometro più in là, davanti alla villa dei Girosi, l’ingegnere non avrebbe conosciuto noi, che siamo belli e simpatici, e avrebbe fatto amicizia con i nostri vicini che sono brutti e antipatici…».
«Nossignore», l’interruppe la marchesa «non li avrebbe mai conosciuti, anche perché quelli non avrebbero aperto la porta a uno sconosciuto».
«Sì, ma la domanda che io volevo fare era questa» continuò Stefania: «secondo voi, il fatto che questa sera abbiamo conosciuto l’ingegnere, è dovuto al Caso o al Destino?».
«Ovviamente al Destino, non ci sono dubbi!» esclamò, convintissima, la signora Venusio. «Se era scritto, doveva accadere!».
«E lei lo avrebbe letto negli astri?» chiese ironicamente Sua Eminenza.
«Non in modo chiaro, ovviamente, ma solo come evento positivo in arrivo per noi e per l’ingegnere».
«Io, invece, sono convinto che si tratti di un evento puramente casuale, in quanto numericamente non significativo» sentenziò Giorgio, il fidanzato di Stefania.
«Che vuol dire?» chiese l’astrologa.
«Vede, signora: io studio statistica alla Sapienza e quindi non posso prescindere dalla legge dei Grandi Numeri, così come Sua Eminenza non può prescindere dal Dogma. Cosa dice la legge dei Grandi Numeri? Dice che se gioco quattro volte alla roulette, mi potrà uscire due volte il rosso e due volte il nero, ma anche quattro volte il rosso e nemmeno una volta il nero. Non c’è nulla, in pratica, che mi possa garantire l’uscita dell’uno e dell’altro colore. Se getto, però, la pallina un miliardo di volte, allora posso essere sicuro che uscirà cinquecento milioni di volte il rosso e cinquecento milioni di volte il nero. In altre parole il Caso prevale quando il numero degli eventi presi in considerazione è modesto, mentre cede il passo alla Necessità quando, invece, gli eventi diventano molto numerosi. Questa è, in parole povere, l’essenza della statistica».
«Non sono assolutamente d’accordo!» protestò l’astrologa. «Tutto è stabilito in precedenza: se negli astri è scritto che un qualcosa deve accadere, non c’è legge dei numeri che lo possa impedire».
«Quindi», provò a chiedere Stefania «se io un giorno incontrassi un vecchio amico di scuola, e in un momento di debolezza gli dessi un bacio, la colpa non sarebbe mia, ma del Destino!»
«Piano, piano», obiettò monsignore «e il libero arbitrio dove me lo mette, signorina mia? È lei che ha la scelta finale tra il rosso e il nero; Dio si limita a saperlo in anticipo».
«E non può far niente per impedirmelo? Allora non è poi così tanto onnipotente come si dice».
«No, non lo è», asserì il marchese di Sangro «o, per meglio dire, lo è solo a tratti, come se tutto ciò che accade sulla Terra fosse dovuto per metà a Lui (cioè alla Necessità) e per metà al Caso. A volte la vita è profondamente ingiusta e ci fa dubitare della stessa esistenza di Dio. Perché, ad esempio, colpire con malattie terribili uomini innocenti, a volte addirittura bambini, e, per contro, lasciar vivere in ottima salute criminali che non avrebbero nemmeno il diritto di respirare? Ora, la mia ipotesi è che Dio non ce la fa a tenere tutto a bada, per il semplice motivo che è parzialmente potente».
«Il che sarebbe una contraddizione in termini!» lo confutò Sua Eminenza. «Come a dire che esiste un Dio capace di creare, ma non di controllare il creato; in altre parole, un apprendista stregone».
«Proprio così: un apprendista stregone» fece eco il marchese, più che mai convinto che Dio si fosse fatto scappare di mano il creato.
«Oppure ha altro a cui pensare», propose Giorgio «e considera i nostri piccoli guai quotidiani come imperfezioni trascurabili, assolutamente non degne di essere messe al confronto con il Grande Progetto».
«No, no, dice bene il nonno: Dio non ce la fa!» asserì Stefania, tutta contenta che anche Dio, qualche volta, potesse commettere degli errori. «D’altra parte, mettiamoci pure nei suoi panni: Lui, poverino, quindici miliardi di anni fa, quand’era ancora giovane, fece tutto il possibile per fare il mondo più bello che poteva. S’inventò le galassie, le stelle, il sole, la terra, e per ultimo il “buon selvaggio”. Poi, però, tutto a un tratto, l’Universo cominciò a evolversi da solo, e ora, grazie alla selezione naturale, è diventato un caravanserraglio così complicato, e soprattutto così ingiusto, che per salvarlo ci vorrebbero miliardi d’interventi, tutti contemporanei. Ebbene Lui non ce la fa, e allora va avanti come può, secondo i capricci del Caso».
«Insomma», concluse la marchesa Maria Antonietta «se ho ben capito, noi dobbiamo ringraziare la Necessità, e forse anche un pochino il Caso, se l’automobile dell’ingegnere si è rotta proprio davanti casa». Poi, rivolgendosi al maggiordomo: «Giuseppe, fate portare il dessert».
Il temporale imperversava e i tuoni facevano tremare i vetri delle finestre. Uno di questi tuoni, più violento degli altri, fece svegliare la signora marchesa. La nobildonna dette uno sguardo al marito: Emanuele dormiva beato e, come al solito, russava. Per un po’ rimase sveglia a pensare ai discorsi della serata. Che strana persona quell’ingegnere! Chissà perché era tutto vestito di nero? Forse perché era in lutto? Oggi, però, si disse la marchesa, non si usa più portare il lutto così stretto. E poi c’era anche il fatto che zoppicava. Non che avesse nulla contro gli zoppi, per carità, ma vuoi perché era vestito di nero, vuoi perché trascinava la gamba, vuoi perché era comparso dal nulla, durante un temporale e a un’ora così tarda, l’impressione che ne ricavava era quella di un film dell’orrore: mancava solo il commento musicale terrificante e poi il quadro era completo.
Stava ancora rimuginando sul mistero dell’ingegnere, quando un rumore proveniente dal piano inferiore la fece trasalire: ebbe l’impressione che provenisse dalla stanza da pranzo. Cos’era potuto accadere? Vuoi vedere che il tuono di prima aveva smosso un quadro fino a farlo cadere? No, non poteva essere: il quadro sarebbe caduto subito, contemporaneamente al tuono. Il pensiero di quel rumore, però, non le consentiva più di prendere sonno: doveva per forza andare a vedere! Per un attimo pensò di svegliare il marito, poi decise di fare tutto da sola, si mise una vestaglia e scese le scale.
La luce nella stanza da pranzo era accesa. La marchesa aprì la porta con la massima cautela e scorse l’ingegnere tutto intento a rovistare all’interno del suo apparecchio televisivo.
«Ma… cosa sta facendo?» chiese impaurita.
«Non si preoccupi, marchesa», rispose lui, per nulla sorpreso «sto solo apportando una piccola modifica al suo televisore».
«Una modifica?»
«Sì, un brevetto di mia invenzione… questo per ringraziarla dell’ospitalità che gentilmente mi ha offerto. Si segga, la prego, e le mostrerò qualcosa di veramente straordinario. Prima però debbo farle una confessione: io non sono ingegnere e non mi chiamo De Conciliis».
«E chi è?»
«Se non si spaventa, glielo confido: sono… come dire… una persona dotata di poteri soprannaturali…»
«Un fantasma?»
«Non proprio: diciamo un angelo o un diavolo, faccia lei».
«Ma cosa dice?! Vuole prendersi gioco di me!».
«Nossignore, marchesa, si calmi, e provi a usare questo telecomando».
E così dicendo, le porse uno strano telecomando di cristallo, dove, oltre ai soliti comandi, c’erano i tasti per impostare una data, più altri tasti contrassegnati da un SÌ e da un NO, e altri ancora per andare avanti e indietro nel tempo.
«Se non sbaglio, signora marchesa, lei, ieri sera, ha festeggiato i suoi sessantacinque anni. Ebbene, provi a compilare una qualsiasi data degli ultimi sessantacinque anni e vedrà se stessa rivivere quel giorno».
«Quale data?»
«Una qualsiasi: magari quella del suo debutto in società».
La marchesa ubbidì e subito, sullo schermo, apparvero le immagini di una festa. Maria Antonietta, la futura marchesa di Sangro, era lì che rideva di cuore: intorno a lei un gruppetto di giovani in smoking facevano a gara per ottenere il suo prossimo ballo.
«Lo vede quello?» disse Maria Antonietta, oramai incapace di stupirsi. «È Emanuele. Cominciò a farmi la corte proprio quella sera, alla festa del mio diciottesimo compleanno. Ci sposammo sei anni più tardi, per colpa della guerra».
«E quello lì chi è?» chiese il presunto diavolo (o angelo).
«Mi faccia pensare… credo che si chiamasse Umberto Caracciolo… cioè no, si chiamava Alberto Caracciolo… era un principe, ma anche un corridore automobilistico, uno che faceva le corse con Varzi: era bravissimo. E sa una cosa? Proprio quella sera, anche lui si dichiarò: disse che era follemente innamorato e che mi avrebbe sposato il giorno dopo. Io, però, avevo già del tenero per Emanuele e allora fui piuttosto tiepida con lui…»
«Provi a fermare l’immagine» disse il diavolo.
La marchesa premette il pause e sullo schermo apparve solo il viso del principe Caracciolo.
«Adesso schiacci il SÌ».
«E cosa succede?»
«Che lei potrà vedere tutto quello che le sarebbe accaduto se invece di sposare Emanuele avesse sposato Alberto».
Andarono in avanti col tasto del tempo e, a forza di cercare immagini significative, videro Alberto Caracciolo e Maria Antonietta, su un’auto rossa, scoperta, che correvano come folli lungo una strada tutta curve: doveva essere la costiera amalfitana. Lui aveva gli occhialoni da pilota e lei una sciarpa rosa che garriva al vento. Sembravano uno di quei vecchi manifesti liberty della Bugatti. Sennonché, a una curva più a gomito delle altre, un carrettino si parò davanti al bolide e costrinse il principe ad allargare: l’auto sbandò sulla destra e, dopo aver sfondato il muretto di protezione, precipitò nel vuoto.
«Presto, presto, prema il rewind!» urlò il presunto diavolo (o angelo).
La marchesa schiacciò prontamente il tasto indicato e le immagini tornarono indietro fino al momento in cui il principe chiedeva a Maria Antonietta se era interessata a fare una passeggiata in costiera.
«Schiacci il NO».
La marchesa ubbidì e la sua vita prese un’altra direzione.
Per farla breve, il diavolo e la marchesa (o l’angelo e la marchesa) stettero lì, davanti al televisore, tutta la notte. Andarono su e giù con il telecomando di cristallo, inseguendo tutte le vite possibili, e vennero a conoscenza di fatti l’uno più incredibile dell’altro: il marchese Emanuele, una volta respinto da Maria Antonietta, sarebbe partito volontario per la Russia dove non avrebbe più dato notizie di sé, il principe Caracciolo, anziché morire sulla costiera amalfitana, avrebbe sposato un’ereditiera greca e sarebbe morto di cancro in un’isola dell’Egeo, Stefania, non sposandosi Maria Antonietta con Emanuele, non sarebbe mai nata. Giorgio Carli, il suo fidanzato, in mancanza di Stefania, avrebbe sposato una poco di buono e si sarebbe suicidato per la disperazione e via dicendo.
Tra le tante vite condizionate dalle scelte della marchesa apparve anche quella di Sua Eminenza. Pare, infatti, che a vent’anni il Vescovo avesse avuto un trasporto sentimentale per Maria Antonietta e che solo dopo il netto rifiuto di quest’ultima si fosse deciso a entrare in seminario.
«Ecco come agisce il Caso!» ammise la marchesa. «Ogni nostra scelta finisce per influire sulla vita degli altri. Ed è incredibile come possano cambiare gli eventi anche per le decisioni meno significative…»
«Come accettare o meno una passeggiata in macchina» completò l’uomo in nero. «Ma adesso andiamo un pochino avanti nel tempo: supponiamo, ad esempio, che lei non avesse voluto sposare nessuno dei suoi pretendenti, e vediamo cosa le sarebbe accaduto a sessantasei anni».
Maria Antonietta premette la data richiesta, esattamente un anno dopo quella attuale, e sullo schermo apparvero le terme di Chianciano. Evidentemente era andata lì a curarsi il fegato. Vide se stessa, appena appena invecchiata, recarsi alla fonte per poi sedersi su una panchina all’ombra di un ulivo. Accanto a lei c’era un anziano signore. Presero a parlare e, non conoscendosi, parlarono del tempo. A un certo punto, lui ritenne opportuno presentarsi:
«Permette: Emanuele di Sangro».
«Emanuele! Tu qui! Io sono Maria Antonietta!»
Insomma si sarebbero incontrati così, quarantasette anni dopo la sua partenza per la Russia. Lui le avrebbe raccontato tutto il suo vagabondare su e giù per l’Europa, e lei la sua vita da signora della buona società romana. Dopo un mese avrebbero deciso di vivere insieme: era Destino che così dovesse accadere.
Un tuono più fragoroso degli altri risvegliò bruscamente la marchesa: Emanuele dormiva sempre, e russava. Dal piano inferiore non proveniva rumore alcuno. Guardò l’orologio: erano ancora le sei. Quel giorno avrebbe avuto tante cose da fare: telefonare al fiscalista per la denunzia dei redditi, riprendere la stesura del diario, e fare una visita di condoglianze a una sua amica di scuola a cui era morto il marito. La cena, la sera prima, era stata davvero interessante: tutti quei discorsi sul Caso e la Necessità… Però, che strano sogno aveva poi fatto.
Luciano De Crescenzo, Il dubbio, Mondadori, 1992